Believeland.

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La mente è ferma alla notte di gara-4 delle Finals Nba.
Golden State espugna la Quicken Loans Arena con una super prestazione corale e si porta sul 3 a 1 nella serie, approfittando di un James che senza voler risultare offensivi definiremmo pasticcione, provocato da uno strepitoso Draymond Green che, da vero leader di questi Warriors, ha fino a quel momento vinto lo scontro diretto con il più nobile 23.
Il copione sembrava già scritto con il “back to back” servito nelle Baia, senza dover scomodare troppo nemmeno l’Mvp Steph Curry, reduce da diversi acciacchi nel corso dei Playoffs e per questo leggermente in letargo per i suoi standard elevatissimi.

 

Riguardando oggi tutto ciò che è accaduto dopo quella sirena di gara-4, sembra che un regista hollywoodiano abbia realizzato una sceneggiatura dai tratti epici, in perfetto stile americano, “apparecchiando la tavola” per una rimonta che è di fatto già entrata nella storia delle Finals Nba e senza timore di esagerare, anche dell’intero panorama sportivo professionistico a stelle e strisce.
Non serve un esperto per comprendere come gara-5 sia stato il turning point dell’intera serie finale.
Draymond Green squalificato che assiste alla partita dall’adiacente Coliseum degli Oakland Athletics (secondo le regole Nba che gli impedivano di accedere alla Oracle prima della sirena finale), pronto a raggiungere i compagni per l’annunciato trionfo.
Proprio in quel momento, nel cuore della notte italiana, siamo stati testimoni di un’eccezionale prestazione balistica ad opera dei due pesi massimi dei Cavaliers che ha lasciato sgomento chiunque, non ultimo coach Lue che ha visto Kyrie e Lebron giocare 48 minuti di “hero ball” (cosa che raramente paga alti dividendi), schiantando i baldanzosi Warriors che per 40 minuti avevano risposto colpo su colpo con una serie triple siderali di Klay Thompson.
Senza nulla togliere al nativo di Akron (autore di 41 punti e 7 assist con 4-8 da 3pt), il palcoscenico è stato interamente appannaggio di “Uncle Drew” il cui “mind-set” era chiaramente “fight for an other day, extend our period…”
Tre giocate di Irving sono sufficienti a testimoniare la determinazione, il talento e la tecnica del numero 2; le azioni avvengono quasi in rapida successione tra il 43esimo ed il 45esimo minuto di gioco.
Due di queste sembrano quasi speculari, una penetrazione sul fondo, l’altra verso il centro, cambio di mano in precario equilibrio, difesa perfetta  di Thompson, cambio di direzione, spin-move e fade-away, con palla depositata nella retina.
La terza è quella che definitivamente ammazza la giugulare della partita, sul +10, in transizione, davanti alla panchina di Steve Kerr, esitazione ai 100 km/h e tiro da 8 metri con probabile fallo di Iggy che fa tutto il possibile per fermare la furia di Kyrie, inarrestabile quella sera. 41 anche per lui.
In gara-6, tornati at the Q, l’onda oro e vinaccia dei Cavs spazza via Curry e compagni non più orfani di Green, con una prestazione che ha visto coinvolti e decisivi tutti gli uomini di Lue, da Jefferson a Tristan Thompson, passando per Jr Smith e Love.
L’occhio di bue questa volta non può che essere puntato sul Re, vero Mvp di serata con altri 41 punti (unico assieme a Shaq a riuscirci per due gare finali consecutive), che ha segnato direttamente o assistito qualcosa come 35 degli ultimi 36 punti dei suoi nei 15 minuti finali, con la memorabile stoppata condita da parecchio trash talking su Steph che frustrato rimedierà poi l’espulsione con tanto di paradenti gettato sui malcapitati della prima fila.
Atmosfera di fuoco quindi, si torna ad Oakland per la settima meraviglia.
Il racconto di questa partita non ha nulla a che fare con i numeri, con le statistiche, con le percentuali di tiro o altro, ma piuttosto può essere descritta come la sensazione di avere il cuore in gola per 48 minuti ininterrottamente, con un coacervo di emozioni: esaltazione, smarrimento, rassegnazione e poi di nuovo, da capo, senza sosta.
Un primo tempo in cui è sembrato che la maggiore qualità dei padroni di casa avesse la meglio, un secondo in cui la resilienza ed il cuore degli ospiti ha rimescolato le carte, e mi piace a tal proposito ricordare i 3/4 canestri fuori dagli schemi del prode JR (quasi nullo per larghi tratti della serie) che han tenuto a galla i Cavs.
Poi una mini fuga per LBJ e compagni, raggiunti dalla determinazione dei comprimari Warriors, Livingstone e Iguodala su tutti oltre ad un Draymond Green strepitoso e vero Mvp della gara e della serie per i suoi.
I minuti finali son difficili da immortalare, sono minuti vissuti in totale apnea, senza più la forza di sperare o disperare, in balia degli eventi, guardando questi 10 atleti spostarsi da una metà campo all’altra senza riuscire a comprendere come dopo 7 gare a quel ritmo ed a quell’intensità, potessero ancora avere energie fisiche ma soprattutto mentali per provare ad afferrare il trofeo.
Questo totale equilibrio è stato rotto da due momenti, da due giocate, da due istantanee che rimarranno per sempre nel cuore dei tifosi di pallacanestro in ogni angolo del globo; con 1.55 sul cronometro, Iguodala (Mvp delle Finals 2015) recupera il pallone più importante della propria carriera e si lancia in contropiede, servendo Curry che abilmente lo mette a tu per tu con il canestro per quello che potrebbe essere il vantaggio Warriors, ma è proprio in quel momento che, citando Flavio Tranquillo, “si oscura la vallata”.
Lebron James attraversando il campo con “gli stivali delle sette leghe” e sfidando qualsiasi legge fisica, recupera ed annichilisce l’intero palazzo, bloccando sul vetro il tiro di Iguodala.

 

E’ un immagine surreale, che citando un altro Maestro diremmo, invita tutti all’ateismo, leggendario.
La seconda giocata è classe allo stato puro, con quel retrogusto che sa di destino da compiersi.
Un isolamento di Kyrie Irving contro il miglior giocatore delle ultime due stagioni NBA: palleggio, palleggio, palleggio, esitazione, step back, fade away, tiro, canestro.

 

Una parabola infinita che ha tenuto milioni di tifosi col fiato sospeso e che ha consegnato il titolo alla città di Cleveland dopo 52 anni, spezzando la maledizione ed avverando la promessa del prescelto, tornato a casa con questo unico obiettivo in mente.
Potremmo dilungarci oltre sottolineando quante implicazioni di carattere emotivo e passionale ci siano in questo successo, quanto la gente di Cleveland attendesse questo momento come una rivincita personale tanto anelata quanto inafferrabile.

Il racconto di formazione che ha coinvolto James è qualcosa di troppo romanzesco per essere vero, qualcosa di troppo perfetto per appartenere alla realtà; la partenza del figliol prodigo da casa tra i malumori della gente, la crescita personale e professionale, le vittorie, le sconfitte ed il ritorno a casa, da novello Ulisse, lo rendono quasi un eroe mitologico che si è redento e che ora ha raggiunto tutti i suoi obiettivi spazzando via l’ultima residua ondata di critiche degli haters.

La sconfitta degli Warriors ha sorpreso tutti; dopo l’agile 2-0 iniziale e la netta superiorità a livello di organizzazione di gioco, di panchina, di fiducia, di elementi, nessuno credeva possibile questo risultato.
Sicuramente non abbiamo potuto godere dello stesso Curry in salute della regular season, certamente l’espulsione di Green in gara-5 ha avuto un peso notevole nelle speranze di rimonta dei Cavs ecc…
Tutto vero, ma le attenuanti ad una squadra che veniva da un 73-9 in stagione non ci sentiamo di darle e pensiamo che siano loro i primi a non volerne sapere.
Lo sport non è tutto nei numeri, la “strength in numbers” è evidente e dall’innegabile valore, ma l’ultimo passo va fatto con il cuore e con la voglia e di certo a campioni di tale fattura non è mancata, ma semplicemente Cleveland, come si dice in gergo, ne ha avuta di più.

L’avvento di Kevin Durant nella Baia, al di là dei prevedibili borbottii di sottofondo, rilancia la truppa di Kerr al ruolo di favorita avuto negli ultimi 3 anni e questa volta in maniera netta e decisa.
Per quanto riguarda Cleveland, dopo aver realizzato l’imponderabile, ci sarà per tutti quella piacevole leggerezza tipica di chi è riuscito a scaraventare un macigno giù dalle proprie spalle.
La certezza per tutti noi amanti del fantastico mondo NBA è che dall’ultima settimana di Aprile del prossimo anno ritorneremo ad una piacevole convivenza con le occhiaie e con l’amatissimo caffé, facendo pronostici e vedendoli puntualmente disattesi, stravolgendo i nostri bioritmi ed eccitandoci dal tramonto all’alba per poi vegetare dall’alba al tramonto.
Il portato di queste Finals è davvero immenso, in modo particolare per chi è tifoso Cavs (o Lebroniano), ma di certo le emozioni e lo spettacolo che ci sono stati regalati ci accompagneranno fino al prossimo anno, quando i nostri affetti saranno equamente divisi tra birra e divano, sempre a modo nostro, con il cuore in gola e la tachicardia come degna compagna di avventure.

Passo e chiudo.



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