Commento a caldo, pubblicato a freddo: ITALBASKET.

by Sandro Marelli | 20 settembre 2017 15:58

Purtroppo non è stata la migliore prestazione per l’Italbasket, ma la sensazione è che anche producendo il massimo sforzo, questo non sarebbe stato sufficiente.
L’amara considerazione a caldo ci racconta di un match mai realmente in discussione, nel quale sebbene la Serbia di Sasha Djordjevic non ci abbia travolto nel punteggio, lo ha certamente fatto sul piano fisico, mentale e soprattutto del gioco.
Affidarsi a tabellini e statistiche non sempre è indicativo dell’intero andamento della gara, ma quel 44-19 a rimbalzo (17 offensivi per loro) a favore dei serbi rappresenta il dato più impietoso e significativo se si vogliono analizzare le ragioni dell’eliminazione dell’Italia.
Proprio su questo punto si è soffermato un amareggiato Ettore Messina nelle interviste di rito a fine partita; la straripante fisicità della Serbia, che in ogni ruolo ha potuto schierare giocatori più alti e più grossi si è rivelata esiziale per le speranze degli azzurri che ripetutamente han recitato il ruolo di attori impotenti di fronte ai due, tre e talvolta anche quattro possessi per azione a disposizione degli avversari.
L’illusione di una grande serata da parte dei nostri tiratori è durata ben poco; i vice-campioni del mondo in carica hanno ben presto alzato l’intensità difensiva spostando la contesa su un terreno nel quale non è bastata la stoica resistenza dei vari Filloy, Biligha o Burns, non a caso i migliori in campo tra gli azzurri.
Lo stesso capitan Datome non ha comprensibilmente voluto avvallare l’idea della sconfitta senza rimpianti contro un avversario inavvicinabile, ma la realtà probabilmente non si allontana di molto da questo scenario.
L’intero cammino degli azzurri in questo Europeo ci ha mostrato i grossi limiti di un gruppo che, senza voler risultare cinici ha vinto quelle partite che era complicato perdere, vedi Israele, Ucraina, Georgia e Finlandia ed ha perso tutte quelle partite in cui il risultato era tutto da conquistare (Lituania, Germania e Serbia).
L’assenza di giocatori come Teodosic, Bjelica, Kalinic e del nuovo gioiello dei Denver Nuggets Jokic non è stata sufficiente per impensierire una Serbia che non ha dovuto nemmeno scomodare più di tanto il miglior Bogdan Bogdanovic, a cui son bastati due colpi di classe nel finale per mettere il sigillo su una vittoria costruita lungo tutto il match.
Sicuramente le torri Kuzmic e Marjanovic hanno rappresentato per la difesa azzurra un rebus insolubile, ma questa rischia di essere un’analisi riduttiva; la Serbia ci è stata infatti superiore nello sviluppo della trama offensiva, nel gioco corale, nella capacità di leggere le nostre scelte difensive trovando sempre e troppo comodamente l’accorgimento ideale per andare a canestro.
Riporre le proprie speranze nelle conclusioni da distanza siderale di Datome e di un Belinelli, comunque mai maturo come in questa competizione, non rappresentava a prescindere una strategia destinata a pagare dividendi altissimi e presto o tardi i proverbiali nodi sarebbero dovuti giungere al pettine.
Il problema non è stato il divario mai ricucito nel punteggio, ma un’inerzia  mai realmente afferrata ed invertita ed un senso dell’urgenza che per gli azzurri ha tardato a manifestarsi. Un fallo tecnico alla panchina azzurra e cinque punti pazzeschi della superstar a nome Bogdanovic hanno respinto al mittente ogni tentativo in questo senso.
L’onore delle armi spetta comunque di diritto alla truppa di Messina che probabilmente non poteva aspirare ad un risultato più prestigioso di quello raggiunto.
Ci sarebbe perlomeno piaciuto abbandonare la competizione con la consapevolezza di aver impensierito tra quelle affrontate, le compagini più attrezzate di noi, ma così non è stato.
Come ha saggiamente evidenziato Messina nel passare il testimone a Meo Sacchetti, non è questo il momento dei processi, limitiamoci ad un salomonico “Bravi, grazie lo stesso” che sicuramente meritano questi dodici convocati ma forse non questa generazione di atleti che per l’ennesima volta ci aveva illuso di poter conquistare ben più di un’anonima eliminazione ai quarti di finale, sebbene della massima manifestazione continentale.

Passo e chiudo.

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