Dilettanti allo sbaraglio.

Dilettanti allo sbaraglio.

Un celebre filosofo contemporaneo un giorno disse: “Piuttosto di fare allenamento, lo prenderei nelle meole.. Molle come un chiodo”.
E’ facilmente intuibile cosa possa significare la parola “meole” anche se è la prima volta che la sentite nominare, e so già che molti di voi saranno già in aperta condivisione circa questo diffuso stato d’animo che precede l’allenamento, trasversalmente, in ogni sport ed in ogni categoria.
Ammettiamolo ragazzi miei, quante volte vi è capitato di avvicinarvi all’allenamento carichi di entusiasmo, gioia e vitalità?
Una? Due? Facciamo tre e siamo tutti d’accordo?
Già, tre, in un’ intera carriera forse.
Non si tratta di scarsa attitudine alla pratica sportiva, non si tratta di essere scansa fatiche, non si tratta nemmeno di passività portata all’estremo, si tratta semplicemente di.. “We are talking about practice man!” (Allen Iverson docet).
Qui non si sta parlando di sputare sangue sul campo, qui non si sta parlando di migliorarsi giorno per giorno, non si sta parlando di dare il 110 %, si sta parlando del momento che precede tutto questo.
Il momento che precede tutto questo deve, necessariamente, da un punto di vista legale e giuridico, essere costellato da lamentele e sbuffi, e ancora da sbuffi e lamentele.
Non mi interessa molto che sport facciate, se lo fate ad alto livello, se siete professionisti, non fate per noi. Non sentirete parlare di voi e non vi riconoscerete in queste righe.
Non mi interessa molto che sport facciate come dicevo, ma per ogni sportivo che si rispetti, il momento che precede l’allenamento è un momento di comunione con i compagni unico nel suo genere.
Spesso anche se la palestra dista 5 minuti a gattoni da casa, ci si ritrova con 17 macchine a 40 minuti dalla palestra.
Fanculo l’ecologia! Fanculo la comodità! Fanculo la logistica!
La smacchinata di gruppo è sacra ed inviolabile.
E’ una e trina. E come tale, non va toccata.
Di regola si usa con maggiore frequenza la macchina del compagno più giovane, sfruttato e usurato da settembre a giugno senza soluzione di continuità, meglio se la macchina in questione è una Smart o una Lancia Ypsilon dove ti aspetteresti di trovare una giovane fanciulla al volante ed invece ti imbatti in 7 bisonti con tanto di borsoni, incastrati a meraviglia in stile Tetris.


In quei sempre troppo brevi minuti di tragitto la sinfonia è sempre la stessa.
Il concerto inizia con i saluti di rito, più simili a mugugni, il “come stai?” forse a Natale e Pasqua.
Prosegue con una cantilena che rimbalza da un compagno all’altro:
– “Raga, oggi non ce la posso fare”.
– “No ragazzi, io appendo le scarpe al chiodo”. Il soggetto in questione ha spesso 19/20 anni.
– “******** ***…***.-….***!!”, inutile tentare una traduzione di questa strofa, è meglio evitare.
Il passo successivo è l’analisi dettagliata della giornata di ognuno dei partecipanti all’odissea.
Ogni giorno, indipendentemente da quale sia della settimana, ogni compagno ha avuto la giornata più faticosa rispetto agli altri ed ognuno è con distacco più legittimato ad essere il più stanco di tutti. Questo è un principio eterno ed assoluto. Un dogma.
– “Voi non potete capire oggi che fatica al lavoro”.
– “Oggi ho studiato tutto il giorno, sono stremato”. Tempo effettivo di studio tra i 19 ed i 23 minuti.
– “Oggi non ho fatto un cazzo ma quando non faccio un cazzo mi stanco ancora di più”.
Eh già.. Quest’ultima è la categoria migliore in assoluto.
Esistono atleti o presunti tali, che passano l’intera giornata ad architettare il modo migliore per rilasciare una sagoma perfetta del proprio culo sul divano, imperatori dello zapping, dominatori di spuntini con cadenza regolarissima ogni 18 minuti.
Giunti all’epilogo della giornata, quando sono chiamati all’unico impegno giornaliero, nessuno potrà mai capire, a loro dire, la fatica e la stanchezza che li attanaglia. Per nostra fortuna, questi esemplari non correranno mai il rischio di estinguersi. Mai.
Arrivati finalmente al teatro che ospiterà l’infausto evento anche denominata Palestra, puntualmente a 3 minuti dall’inizio dell’allenamento quando si è in orario, ci si ritrova in un simpatico convivio in spogliatoio con gli altri compagni.
La pausa scenica non deve ingannare, il concerto riprende, il ritornello è sempre lo stesso, aumenta solo l’intensità.
Ogni gruppetto scopre con immensa gioia e compartecipazione che anche gli altri gruppetti giunti da luoghi altrettanto remoti, condividono il loro stato d’animo.
Le manovre di “vestizione” negli spogliatoi sono lente e dolorose e solo riconoscendo il proprio malessere negli occhi del compagno si possono superare le avversità, come si dice, “mal comune, mezzo gaudio”.


L’allenamento ha inizio, le giunture fanno rumori poco confortanti, il freddo e il gelo la fanno da padrone e lo spettacolo visto dal di fuori è, senza mezzi termini, agghiacciante. Un istituto geriatrico in libera uscita susciterebbe più entusiasmo.
L’allenatore chiudendo non uno, non due, non tre ma bensì quattro occhi può cominciare a dirigere il tutto ed il nostro supporto va a lui. Incondizionatamente e calorosamente a lui.
Tutto questo panorama tetro potrebbe far pensare ad un estraneo che la “carriera” di questi soggetti sia agli sgoccioli, questione di secondi probabilmente.
Eppure non è quasi mai così. In questa girandola di lamentele continue ed inossidabili, si tira avanti.
Si tira a campare, o meglio, a Campari. Ma si tira avanti.
Ci si lamenta tanto perchè spesso nessuno ti costringe a farlo, ma lo fai comunque, nessuno ti dà un qualche riconoscimento per farlo ancora all’alba dei 38, 40, 50 anni, ma lo fai comunque.
Sono queste storie, trasversali ad ogni sport e ad ogni categoria che più delle altre danno secondo me il senso della passione.
Più di un campione milionario, più di una medaglia d’oro olimpica, più di quelli che ammiriamo in televisione.
Il nostro eroe è quello che dopo una giornata in ufficio trova la voglia di continuare ad andare all’allenamento o per lo meno a surrogati di quest’ultimo.
Il nostro eroe è quello che dopo una giornata passata a fare finta di studiare, rinuncia ad uscire con qualche donzella o con gli amici per un aperitivo ma preferisce un bel cocktail di cazzate con i compagni di squadra in palestra.
Il nostro eroe è quello che non sarà mai portato in palmo di mano da nessuno e nemmeno ricordato da nessuno per le sue prodezze ma che tra sbuffi e contro sbuffi si diverte ancora a fare due salti..
Il nostro eroe è quello che “no ragazzi oggi proprio non ce la posso fare” eppure ogni volta, anche se in maniera poco decorosa, tra un’imprecazione e l’altra, ce la fa.
Questa non è una critica a chi vive lo sport con entusiasmo e felicità, ci mancherebbe.
Questo non vuole e non può essere un pezzo per denigrare chi ce l’ha fatta, tutti quelli per cui lo sport rappresenta una stupenda professione. Onore a loro.
Questo è semplicemente un inno al dilettantismo, teatro della vera passione per lo sport.
Questo è un inno a chi palesemente non ce l’ha fatta, ma non gliene frega un cazzo e continua a farlo.
Passo e chiudo.


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