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Fuorigioco: L’Empoli di Maurizio Sarri

Fuorigioco: L’Empoli di Maurizio Sarri

«Non vi è nulla di sicuro. Viviamo i giorni nuotando in un mare immenso. Nessuno può sapere quale nave incontrerà, in quale porto si separerà…». Parola di John Fante, lo scrittore preferito di Maurizio Sarri, oggi tecnico dell’Empoli capace di stupire per competitività e bel gioco. Non vi è nulla di sicuro, nella vita, così come nel calcio. Non vi è certezza di ciò che il destino ha disegnato per il nostro futuro, noi non possiamo fare altro che indirizzare la vita prendendo decisioni importanti e credendo in esse, dal principio e per ogni giorno a seguire.

Maurizio Sarri non aveva certezze quando lasciò un lavoro a tempo indeterminato e ben pagato, eppure l’ha fatto, per inseguire quella passione incontenibile che lo accompagnava ossessivamente durante ogni giornata passata in banca, seduto a quella scrivania della Montepaschi.
Mister Sarri, ai più, era un perfetto sconosciuto fino a quest’estate, quando era pronto a guidare l’Empoli in Serie A. Lo stesso Empoli che era dato per retrocesso senza speranze ai nastri di partenza e ora si gioca la salvezza partita dopo partita, mostrando un bel calcio, divertendosi e divertendo. Dicevamo, non vi è certezza nella vita, e non vi è certezza nel calcio.

Maurizio Sarri è napoletano d’origine ma toscano d’adozione, precisamente di Vaggio, tra Pian di Scò e Figline Valdarno, terra di ciclisti (in zona è nato Franco Chiccioli, campione al Giro ’91), gente abituata a pedalare per guadagnarsi la vittoria, la soddisfazione, la felicità. Sono passati tredici anni da quando l’allenatore ha lasciato il posto fisso in banca, alla Montepaschi, per dedicarsi completamente al calcio. Una lunga gavetta cominciata tra i dilettanti, nella sua Figline e, dopo il “miracolo Sansovino” (la formazione di Monte San Savino di Arezzo, portato dall’Eccellenza alla vecchia C2), continuata in Serie B, con il Pescara. Tra i cadetti per la prima volta a 45 anni. E ora, per la prima volta, una panchina della massima serie, quando di anni ne ha 55. Viene da chiedergli: scusi Sarri, perché è arrivato così tardi nel calcio di vertice? «Dipende sempre da dove parti. Io ho dovuto fare tutte le categorie e sicuramente, come tanti colleghi, ho pagato il fatto di non essere stato un giocatore professionista».
Sarri iniziò la carriera da allenatore in Seconda Categoria. In venti anni ha allenato diciassette squadre e ha sempre fatto bene. Dopo le annate al Sansovino andò alla Sangiovannese e prese l’aspettativa, ma non era un semplice impiegato, era un dirigente della Montepaschi. Quando andò in B, al Pescara, lasciò definitivamente il posto di lavoro per inseguire il proprio sogno. “Sono determinato a fare di una passione la mia fonte di reddito”, disse. Ce l’ha fatta, ma ora che i complimenti fioccano rimane un tipo schivo e introverso, un lavoratore silenzioso, l’antitesi di molti suo colleghi, l’antieroe del nostro calcio.
L’entusiasmo rimane quello di un ragazzino al quale gli si regala per la prima volta un pallone, la passione è rimasta la stessa, dai dilettanti senza pretese ai professionisti.

Si presenta in panchina con scarpe da ginnastica, tuta e polo societaria. Non conta l’aspetto, sembra dire il suo vestiario. Così come non conta da dove vieni, cos’hai fatto per essere lì, chi conosci e che cognome porti. Maurizio Sarri è oggi una limpida bandiera che garrisce al vento della meritocrazia. Giacca e cravatta le ha messe ogni dannata mattina, per anni, seduto a quella scrivania. La tuta invece la metteva la sera, quando allenava su quei campi dove era piuttosto fuoriluogo vestirsi di tutto punto, perchè di erba ce n’era poca, sabbia e fango dominavano e avrebbero reso sudicio il miglior vestito. Forse per questo Sarri non si veste da allenatore professionista, forse per questo è chiaro l’accordo con le società per cui lavora: io in panchina mi vesto come voglio, la giacca la mettete voi in ufficio. Voleva staccare, segnare nettamente quella che per lui è stata una scelta sicuramente importante ed estremamente coraggiosa. Nel calcio professionistico si è costruito la fama di uomo dal calcio scientifico, competente e passionale, poche apparizioni in tv, men che meno il giovedì quando dedica tutto il giorno allo studio dei prossimi avversari. Innamorato di un malleabile 4-2-3-1 aggressivo, ha dimostrato quest’anno di non essere quell’integralista convinto di cui si parlava, adattando il modulo ai giocatori a disposizione. Il modulo, solo quello, perchè i principi di gioco rimangono gli stessi, e nessuno glieli può toccare. Così come nessuno può toccargli il lavoro di “preparazione settimanale della partita”, tanto cara al tecnico che ne ha fatto il titolo di tesi per il patentino da allenatore professionista al corso di Coverciano. Interessanti le quarantadue pagine di tesi, dove Sarri esplicita nei dettagli il lavoro che porta la squadra all’appuntamento con la partita rendendola consapevole di tutti gli aspetti tattici e individuali della squadra avversaria. MS è una persona estremamente intelligente e dal livello culturale superiore alla media per il mondo del calcio, è un uomo dalla brillanteza e gentilezza unica. Probabilmente è considerato burbero per la schiettezza e la semplicità con cui parla ai microfoni, ma è chiaro che, a differenza di molti addetti ai lavori, pur non amando le interviste prova comunque a portare spunti di riflessione mai banali.

Chi l’avrebbe detto, sfogliando la Gazzetta estiva, che il piccolo Empoli neopromosso sarebbe stato, al giro di boa del girone d’andata, potenzialmente salvo senza particolari problemi.
Seicentomila euro spesi sul mercato, tanti giovani, il blocco della promozione confermato in toto a cominciare dal calciatore vetrina: Daniele Rugani, classe ’94, cresciuto in casa e già nel giro della nazionale di Conte. Ma anche Verdi (’92), Hysaj (’94), Mario Rui (’91) e gli stessi Tonelli (’90) e Pucciarelli (’91). In attacco le chiocce Tavano e Maccarone.
Sarri propone un Empoli moderno, schierato con un 4-3-1-2 che non cambia mai, neanche contro le grandi. Il tecnico si fida ciecamente di se stesso e del suo lavoro. Si fida della sua maniacale gestione della linea difensiva a quattro. Si fida perchè è pressochè perfetta e, in qualche modo, rivoluzionaria. Mister Sarri applica quella che al sottoscritto piace chiamare “zona totale”: fortunati coloro che vedono l’Empoli giocare allo stadio, fortunati perchè per capire la dinamica difensiva empolese lo sguardo dello spettatore dovrebbe cadere sui movimenti dei quattro difensori, anche se nel frattempo la palla ce l’ha un fenomeno vestito con una maglia diversa da quella azzurra toscana. Non è un caso che con Sarri siano soprattutto i centrali difensivi a brillare. Non è un caso che il gioiello Rugani, classe ’94, sembri un veterano dalla consapevolezza estrema. La “zona totale”, dicevo. I quattro difensori empolesi sono addestrati in maniera esemplare alla difesa a zona. Ma il concetto di zona è portato all’estremo: nessuno dei quattro marca l’uomo, nemmeno quando egli “entra” fisicamente nella zona di competenza; tutti e quattro guardano sempre la palla e si muovono di conseguenza. L’avversario non è una variabile, il pallone sì. Opinabile, certo, ma efficace.
Quando gli viene chiesto un parere sul declino della scuola difensiva italiana risponde: “Da quando sono venute meno le marcature a uomo, noi che eravamo il Paese dei difensori, siamo diventati la terra di nessuno. Spesso noto carenze sulla tattica individuale. Ma i mali nascono dalla base, 2-3 ore alla settimana di scuola calcio non si possono mica paragonare all’esercizio quotidiano delle nostre vecchie maratone d’oratorio… Oggi poi i ragazzi trascorrono giornate intere davanti al computer, così stiamo allevando generazioni di obesi con grandissime difficoltà motorie”.
Eppure, leggenda vuole Sarri costantemente al computer per analizzare e rivedere le strategie tattiche. “Vero, ma considero il pc uno strumento di lavoro, mentre trovo aberrante una vita spesa a star dietro ai social network che tolgono energia e concentrazione, specie a un giovane che fa sport… Li ho vietati? No, io ai miei ragazzi lascio massima libertà, ma quando ci si allena, con me sanno che devono andare a mille all’ora. Chi gira a 900 la domenica non gioca”.
La costruzione del gioco del suo Empoli passa dai piedi di Valdifiori, metronomo di centrocampo attorno al quale Sarri ha potuto costruire il suo centrocampo a tre, abbandonando il suo amatissimo 4-2-3-1. I suoi centrocampisti comunque tendono a essere giocatori totali, non esiste offensivo e difensivo: il centrocampista è, per definizione, un giocatore “a tutto campo”, ed è lui a dettare il passaggio nello spazio tra gli uomini avversari. L’ampiezza della manovra è affidata ai terzini che devono essere sempre bravi e pronti ad appoggiare l’azione facilitando lo sviluppo offensivo sulle fasce. Il lavoro tattico su Mario Rui e Hysaj è ben fatto e rende la manovra empolese avvolgente e di pregevole fattura nonostante forse manchi un giocatore offensivo capace di fare la differenza nella lotta di bassa classifica. Tavano e Maccarone, entrambi trentacinquenni, garantiscono l’esperienza necessaria, ma la differenza la fa il campioncino emergente, esattamente quello che si è trovato tra le mani il Palermo di Iachini con i gioiellini Dybala e Vazquez.
Tra le altre cose, venne definito “Mister 33 schemi”: si diceva che i suoi giocatori avessero nelle corde 33 schemi da calcio piazzato da utilizzare in partita. “Storielle per riempire i vuoti in pagina” dice lui “anche se in realtà sono diventati molti di più, anche perchè da quelli dipendono il 40-50% degli esiti delle partite”. Le palle inattive sono una risorsa, le studia, le cura e le applica a seconda delle qualità che ha a disposizione. Fa “anche quelle”, non “solo quelle”, non ha bisogno di uno stipendio da dare a Gianni Vio, con tutto il rispetto, preferisce comprarci le casacche con quei soldi, perchè lui è abituato a non sprecare nulla, né tempo, nè tantomeno denaro.

E, allora, gli si chiede quale possa essere l’obiettivo del suo Empoli, ma soprattutto di Sarri allenatore: “In campo è ovvio, la salvezza. Quello personale, pur sapendo che si può sempre migliorare, forse l’ho già raggiunto. Ho fatto di una passione un lavoro, e ho imparato, anche sbagliando, che in questo sport, con lo studio e la ricerca puoi arrivare a 100, ma il 101 si dà con l’anima”.



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1 commento

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  1. Marco Resca
    Marco Resca 21 gennaio, 2015, 18:14

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