La strada che ti manca è quella che ti porta a casa

La strada che ti manca è quella che ti porta a casa

Capita a volte nella vita di voltarsi indietro e stupirsi di come due percorsi a lungo paralleli abbiano a un certo punto cominciato a convergere fino a incontrarsi per far nascere qualcosa. Sono passati meno di due anni da quando, dopo un periodo di inattività sportiva, ho ricominciato a correre e poco più di uno dalla prima partecipazione a una gara di corsa su sentieri. Negli stessi mesi in cui io uscivo dal letargo sportivo, a qualcuno stava venendo un’idea eccezionale: organizzare una corsa con partenza dal cuore delle Orobie e arrivo nel centro di Bergamo Alta, nella medievale Piazza Vecchia, dopo una lunga cavalcata lungo i sentieri delle montagne bergamasche. Sabato 1 agosto 2015 alle ore 7 a Carona, in provincia di Bergamo, piovono grosse gocce di pioggia, le cime delle montagne sono coperte da nubi basse e io sono alla partenza di quella gara.

Di una di quelle gare, per essere precisi: perché mentre io e altri 700 runner circa stiamo per cominciare il nostro cammino alla volta di Bergamo lungo un percorso di 70 km e 4.000 metri di dislivello positivo, un paio di centinaia di strong-men da parecchie ore sta già calcando i sentieri orobici con l’obiettivo di coprire un tragitto di ben 140 km e 9.500 metri di dislivello. Alcuni, a dire il vero, hanno già dovuto gettare la spugna, come il fortissimo Cesare, alfiere del mio stesso gruppo sportivo che ieri sera ci ha fatto sognare occupando a lungo l’ottava posizione prima di essere colto da problemi allo stomaco tali da costringerlo al ritiro.

Alla partenza di Carona ci sono tanti volti che conosco: Stefano, i cui occhi tradiscono la voglia di stupire, Fabrizio, che sfoggia la calma di chi sa di avere fatto tutto quel che serve per raggiungere l’obiettivo, Luca e Antonio, rilassati e pronti ad accettare qualunque esito e trasformarlo in esperienza e festa. E poi c’è Diego, con cui ho condiviso gli allenamenti e le ansie delle ultime settimane prima della gara e con cui spero di poterne percorrere gran parte, arrivando magari insieme anche al traguardo.

A meno di mezz’ora dallo start la pioggia sembra volerci dare una tregua, ma evidentemente altrove non è così, perché lo speaker declama un annuncio che spiazza tutti: Orobie Ultra Trail (la gara lunga) è stata sospesa e i concorrenti che non sono ancora passati al Rifugio dei Laghi Gemelli fermati per la scarsa visibilità nel tratto successivo. Poiché quella è anche la prima tappa della nostra gara (il Gran Trail delle Orobie), la partenza è posticipata dalle 8 alle 9.30. Lo smarrimento dura però poco: forse rendendosi conto che in questo modo gran parte dei partecipanti arriverebbe al traguardo col buio, la Direzione di gara cambia improvvisamente idea e sceglie di farci partire immediatamente dopo avere terminato una rapida e disordinata punzonatura.

Quasi nemmeno il tempo di rendersi conto che siamo in griglia e comincia il count-down: 3, 2, 1 e stiamo correndo attorno al lago di Carona per il giro di lancio che ci condurrà all’imbocco della primo sentiero, direzione: Passo dei Laghi Gemelli (2.139 m). Con Diego siamo d’accordo: si parte prudenti. Nessuno dei due ha mai preso parte a una gara così dura e non vogliamo strafare all’inizio, perciò evitiamo di portarci troppo avanti nei primi metri di asfalto. La scelta non si rivela però troppo azzeccata, perché non appena la strada cede il passo al sentiero siamo fermi: in coda per il traffico in montagna… è il colmo! Saliamo inevitabilmente a passo tranquillo: di mettersi a superare non se ne parla neanche perché il dispendio energetico sarebbe esorbitante. Perciò ci mettiamo il cuore in pace e pensiamo che tempo per spendere le energie che stiamo conservando ora ce ne sarà fin troppo. In poco più di un’ora siamo al rifugio e con noi c’è anche Sergio: il Gruppo Sportivo Marinelli di Comenduno procede compatto verso il primo passo montano. Lì ci aspetta Giò, vera anima della Società e del nostro gruppo in particolare: ci incoraggia e ci dice che siamo attorno alla centesima posizione (in realtà passerò 132°) mentre davanti a noi Stefano, che è partito a fuoco ed è 28°, ha già con una ventina di minuti di vantaggio.

Sarà che ci rode un po’ essere già così indietro, sarà che abbiamo dovuto tenere a freno l’adrenalina della partenza sulla prima salita, sta di fatto che Diego si lancia in picchiata verso il Rifugio Alpe Corte dando il la a una rimonta destinata a concludersi soltanto a Bergamo. Io sono un discesista molto più modesto e più di una volta fatico a imitarlo nei sorpassi a concorrenti più lenti, ma mi dico che è troppo presto per rinunciare alla sua preziosa compagnia e mi prendo qualche rischio sulle rocce bagnate pur di non perderne la scia.

All’Alpe Corte (1.410 m) mangiamo qualcosa e riprendiamo rapidamente la strada diretti al Passo Branchino (1.821 m). Saliamo con passo deciso e superiamo altri concorrenti, tra i quali ricordo soprattutto due donne: la prima sta partecipando alla gara lunga, ha una camminata molto contratta ma ancora decisa, risponde simpatica ai nostri complimenti. È la prima concorrente di OUT che incontro sul percorso e mi impressiona per la sua determinazione. Poco più avanti raggiungiamo Virginia: moglie di un forte atleta argentino (che sarà sesto al traguardo) è conosciuta per le sue doti da discesista e per il suo sorriso contagioso, è impossibile non notarla nel suo completino azzurro da atleta ufficiale Salomon. Lo sguardo corre però avanti, all’inesorabile ghiaione che dal passo conduce alla Bocchetta di Corna Piana (2.078 m): una linea taglia il pietrisco inerpicandosi con una pendenza che a volte diventa eccessiva e la costringe a uno “zig zag” scialpinistico. Siamo rimasti solo Diego, davanti a fare il passo, e io, che seguo non ancora in affanno ma decisamente impegnato. Nessuno fiata finché non arriviamo alla bocchetta, dove alcuni spettatori ci spronano aiutandoci a riprendere il passo di corsa. Ci attende un lungo su è giù tra le pietre per arrivare al Rifugio Capanna2000 (1.960 m) ai piedi dell’Arera, che raggiungiamo rapidamente. Forse troppo, visto che quando arriviamo cerco invano i miei genitori con cui mi ero dato appuntamento qui: nonostante il ritardo della partenza e il rallentamento sulla prima salita, il passo nei chilometri successivi è stato talmente sostenuto che siamo già in ampio anticipo sulla tabella di marcia e loro non sono ancora arrivati! Ci sono invece Marco e Juri, che mezzi ibernati ci fotografano e ci incoraggiano! È con il loro sprone che ripartiamo alla volta del Grem.

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Più volte, ripercorrendo mentalmente il tragitto, avevo identificato in questo tratto tra il ventesimo e il venticinquesimo km un punto critico: dopo una discesa tecnica comincia infatti un pratone dove l’erba è normalmente molto alta prima di scomparire lasciando il posto alle grandi pietre del Grem. Provvidenzialmente proprio in questo punto incontro Carmen e Milio: da lì alle Baite Camplano, dove il sentiero scompare alla vista per aggirare la montagna, è un continuo di urla al nostro indirizzo: scendiamo perciò agili e sorridenti prima della svolta a sinistra che ci riporta a salire. Davanti a noi un gruppetto di quattro/cinque concorrenti: c’è la donna che occupa la quarta posizione nella classifica femminile e con lei un paio di facce conosciute: Paolo, cui qualche settimana fa ho dato un passaggio in auto dopo averlo trovato che faceva autostop a Valcanale per avere smarrito il suo compagno durante un allenamento e Michele, mio compagno per una trentina di km al Trail del Viandante sul Lago di Lecco a fine maggio. Il nostro passo è superiore e in breve salutiamo il resto della compagnia, eccezion fatta per Michele, che rimane con noi andando a formare un terzetto agguerrito ma allegro. Per coronare il momento positivo scopro per giunta che il tracciato non arriva in cima al Grem ma si accontenta di toccare l’anticima (2.000 m) risparmiandoci le dure rampe finali e le creste successive: quando mi rendo conto che a dividermi dalla base vita di Zambla c’è solo discesa, in faccia mi si stampa un sorriso: sto bene e sto arrivando.

In tutti i mesi che hanno l’hanno preceduta, ho sempre pensato che Zambla sarebbe stato il nodo della gara; che se fossi arrivato in buone condizioni qui, sarei arrivato anche a Bergamo. Lì perciò mi aspetta il mio “Staff”, cioè chi per settimane si è sorbito tutte le mie ansie, le mie lagne, i dubbi e le insicurezze. Ho solo una paura: quando usciamo dal bosco che ricopre l’ultima parte del sentiero verso il paese di Zambla sono passate poco più di quattro ore e mezza. Stiamo perciò demolendo la previsione di sei ore e non vorrei che questo anticipo sia di nuovo motivo fatale all’incontro che mi aspetta: paradossalmente mi trovo a desiderare che i minuti scorrano più velocemente prima di arrivare alla meta e invito i miei compagni di avventura a moderare il passo: sapete… è ancora lunghissima!

I timori svaniscono non appena siamo in vista della Base Vita del Passo di Zambla (1.264 m): lo “Staff” c’è. E c’è pure tutto il resto: c’è che sto ancora da Dio, che sto facendo quello che mi piace, che stiamo andando forte, che non sento neanche un mezzo dolore, che da qui è tutta discesa… no, non è vero. Tra pochissimo ci sono da affrontare i 500 metri di dislivello che in pochissimo sviluppo conducono al bivacco del Gioan sull’Alben, ma a questo ci pensiamo tra un po’. Nel frattempo mi godo una pasta in brodo che in qualunque altra situazione sarebbe immangiabile ma che adesso mi sembra la pietanza più deliziosa del mondo, mi godo il sostegno della folla e l’abbraccio più affettuoso: ora è tempo di ripartire.

Lo facciamo decisi e compatti ma ben presto, come spesso capita, cambia tutto: dopo poche falcate mi rendo conto che il mio stomaco non ha gradito lo strano mix pasta-pesca-Coca Cola e prima ancora di attaccare il ripido sentiero che ci condurrà nella Conca dell’Alben sono in affanno. Quando comincia la salita è di nuovo Diego a scandire il passo, io sono il secondo e Michele segue. Le pendenze sono cattive e il silenzio che cala sul trenino non lascia dubbi su quale sia il vagone che potrebbe sganciarsi da un momento all’altro: mentre gli altri due salgono apparentemente tranquilli, il mio respiro è affannoso e tradisce che sono almeno venti battiti sopra la frequenza cardiaca dei miei compagni. Provo a tenere botta e, anzi, sfrutto un rallentamento di Diego che si abbevera per guadagnare la prima posizione e imporre agli altri il mio passo cercando di essere il più regolare possibile. Giunti al Bivacco del Gioan, davanti a noi si apre la Conca dell’Alben ma nessuno dei tre sembra troppo propenso a godersi il panorama. Se infatti io denoto chiari sintomi di stanchezza, Diego e Michele cominciano simultaneamente a soffrire di crampi. Ci concediamo perciò qualche minuto prima di attaccare la discesa: accettiamo di perdere qualche posizione pur di tirare il fiato io, e allungare i muscoli con un po’ di stretching loro.

Nell’aria c’è però il sentore che non staremo ancora insieme per molto e Diego è quello che soffre di più, tanto da faticare, lui ottimo discesista, a tenere il passo mio e di Michele diretti verso il Passo Barbata. È perciò con dispiacere e solo dopo qualche minuto di dubbi sul da farsi che poco più avanti decidiamo di salutarci e proseguire ognuno per sé, quando è costretto alla seconda sosta in pochi km per via dei crampi. È una situazione che non avevo nemmeno ipotizzato: Diego mi aveva surclassato in tutti gli allenamenti delle ultime settimane dimostrandosi superiore tanto atleticamente quanto tecnicamente e l’unico dubbio che avevo era fino a dove sarei riuscito a rimanere con lui. Mi trovo perciò un po’ smarrito ora che so di averlo alle spalle: fortunatamente c’è Michele, in compagnia del quale giungo al Passo di Barbata.

Da qualche chilometro è cominciata per entrambi la fase veramente “endurance” della gara, quella in cui ci si rende conto che non è più tempo di imitare gli altri ma che, se si vuole pensare di durare ancora per un bel po’, l’unica soluzione è cominciare finalmente ad ascoltare le sensazioni del proprio corpo che si lamenta e provare ad assecondarlo in qualcosa. Senza illuderlo, ovviamente, ma dandogli uno zuccherino ogni tanto: non correre quella salita che vedi correre ad altri concorrenti, perdere qualche secondo per aggiustare l’allacciatura delle scarpe, fare un po’ più di attenzione nel lanciarsi in salti e annessi atterraggi violenti.

Sarà perché sono un po’ troppo impegnato in questo fitto dialogo col mio corpo che non mi accorgo di avere perso Michele! Mi volto e lo vedo qualche decina di metri più indietro. Non mi sembrava in difficoltà e penso che forse si è solo attardato per allacciare una stringa o recuperare un gel dallo zaino, ma quando arrivo alla forcella di Aviatico mi volto e non lo vedo più.

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Comincia la salita al Monte Poieto e comincia anche il conto alla rovescia: a questo punto ne mancano solo tre compresa quella finale a San Vigilio. Dopo pochi metri di ascesa incontro Lorenzo, appostato nei pressi di un bel falò: mi fermerei volentieri per asciugarmi un po’ dalla pioggia, che finora non è stata troppo insistente ma lo sarà da qui alla fine. La salita al Poieto non mi piace e questo scarso feeling si riflette sul passo: io non riesco praticamente mai a correre mentre i concorrenti nei paraggi lo fanno. Ed è così che quando riparto dal ristoro sono di nuovo in compagnia di Michele. Il sodalizio questa volta dura però solo il tempo di qualche falcata: ormai siamo in completa balia della fatica e dei primi dolori e ogni minima variazione di ritmo per stare con qualcun altro potrebbe essere fatale. O almeno questo è uno dei pensieri in cui sono immerso mentre mi avvicino a Selvino. Devo esserne completamente assorto perché fino all’ultimo non mi accorgo che quello che mi sta venendo incontro e mi saluta non è un passante qualunque: è il Giò! Che mi scorta fino alla Base Vita dandomi qualche aggiornamento e scandendo il passo: 6’/km e “davanti ne sono saltati tanti, sono tutti dei cadaveri, siete partiti troppo forte!” … 5’40”/km e “il Diego ha mollato?” – “No, ha solo avuto i crampi, ma penso che non sia indietro di molto” … 5’20”/km e “Dai a me i bastoncini. Vuoi un gel?” – “Giò, mi stai tirando il collo!”

Alla Base Vita di Selvino completo la mia strage di pesche sbranando l’ennesima in tre o quattro morsi, bevo un po’ di brodo caldo e sono pronto per ripartire. Uscendo dalla tensostruttura mi rendo conto che il tempo è decisamente peggiorato: c’è poca luce e ha cominciato a piovere forte. Sono indeciso se mettermi la giacca o meno, ma mentre me lo chiedo comincia uno dei tratti più temuti: i 1.400 metri di salita su asfalto che, passando per il Santuario del Perello, portano da Selvino a Salmezza. Testa bassa e pedalare, non c’è altro da fare: è un calvario preannunciato che però la pioggia rende forse più sopportabile; penso che col clima torrido delle ultime settimane avrebbe potuto essere anche peggio. Pur riuscendo soltanto a camminare, supero e stacco un altro paio di concorrenti prima di arrivare in cima. Qui comincia un tratto misto che lascia poi il posto a una discesa tecnica. Sono solo e piove forte: per la prima volta nella giornata comincio ad avere freddo. Sento la maglia fradicia appiccicata al corpo e vedo che i pantaloncini hanno ormai cambiato colore, ma mettere la giacca ora non avrebbe senso e cambiarsi con gli indumenti asciutti che ho nello zaino sarebbe una perdita di tempo eccessiva a soli 15 chilometri dal traguardo. Tra un paio d’ore farò una doccia calda, ma intanto c’è da scendere il complicato sentiero della Filaressa, penso che non manca poi tanto: che ne ho fatti 55, cosa saranno mai 15? Comincio a immaginarmi l’arrivo in Piazza Vecchia, a sentire il calore della gente, mi viene da canticchiare qualche una canzone che mi carica e mi immagino scenari di trionfo: sono in piena fase eroica e, anche se di certo non sarò io a tagliare per primo il traguardo, pure la classifica sorride: dai Laghi Gemelli a questo punto ho recuperato quasi cento posizioni e credo di essere tra la cinquantesima e la sessantesima. Non vedo nessuno davanti che io possa raggiungere ma nemmeno qualcuno di minaccioso alle spalle.

È tra questi pensieri che arrivo al ristoro del Monte di Nese, dove c’è Nadia, a cui avevo intenzione di lasciare i bastoncini. Per fortuna cambio idea: il sentiero che porta alla Maresana si è infatti ormai tramutato in un torrente che scende vorticoso e, nei tratti più ripidi, le probabilità di scivolare sul fango sono elevatissime. Coi piedi ormai completamente fradici, comincio un estenuante conto alla rovescia: 10 km sembrano nulla rispetto ai 70 da coprire questa mattina, ma in queste condizioni vogliono dire ben più di un’ora di impegno per un fisico ormai al lumicino! Che se poi fosse davvero un’ora o poco più, finirei sotto le undici ore contro le dodici che mi ero prefisso, penso tra me e me. Nel frattempo la bella Virginia mi supera a doppia velocità accompagnata da un runner che conosco: sembrano essere stati sparati da un cannone… che io sia in crisi e non me ne sono accorto? Decido di ignorarli e proseguire col mio passo… molto altro non si può fare, almeno fino al ristoro della Maresana dove, a 7 km dal traguardo, conto di riordinare le ultime idee.

Prima di poter attaccare l’ultima pesca vittima della mia voracità mi accorgo di un concorrente seduto su una sedia con la testa reclinata leggermente in avanti. Non sembra avere una bella cera… ma quello è Nicola! Mio compagno in qualche allenamento, Nicola è un atleta di cui io non valgo nemmeno un’unghia: me lo immaginavo a battagliare con quelli veri nelle prime venti posizioni, se non nelle prime dieci e invece me lo ritrovo qui: dice di essere completamente finito e di avere più volte pensato al ritiro. Lo invito a proseguire con me: “Andiamo al traguardo insieme e tra meno di un’ora sei sotto una doccia!”

Nicola mi dà retta e poco dopo stiamo surfando insieme sulle sponde fangose e scivolosissime di quello che è ormai a tutti gli effetti un ruscello più che un sentiero. Rischiamo entrambi di farci più di un tuffo, ma ormai siamo quasi a valle: il terriccio lascia per un’ultima volta il passo all’asfalto… da qui al traguardo ormai solo bitume. Nicola nel frattempo si è ripreso e, tanto per cambiare, è lui che tira me. Mi metto per un attimo nei suoi panni: un mese fa terminava una gara attorno al Cervino in ventunesima posizione alle spalle della leggenda del trail running Bruno Brunod e oggi è qui con me… capisco che già questo è un colpo che ammazzerebbe un toro, quindi cerco almeno di non farmi aspettare troppo! Sono le ultime interminabili rampe della Ramera e quel cartello là in cima recita “Via San Vigilio”. Siamo arrivati… siamo arrivati davvero!

Scendiamo con le gambe che sono tutte un dolore sul ciottolato che porta a Largo Colle Aperto, entriamo in Cittadella e di qui, sotto un ultimo arco, siamo in Piazza Mascheroni…
“Carlo! Quello è Carlo!”
In fondo alla piazza ci sono Matteo, con la sua GoPro, e Vera, decisi ad accompagnarmi nell’ultimo sforzo: mi corrono avanti e indietro con un’agilità che io ho abbandonato dieci ore fa… a proposito! Il cronometro dice dieci ore, quaranta minuti e spiccioli: stiamo chiudendo sotto le undici ore! Giriamo a sinistra per scendere la scaletta che conduce in Piazza Vecchia, un bel respiro… quello è il traguardo, quello è mio padre che mi fotografa, quella è mia madre che mi manda un bacio, quella è tutta gente che è qui anche per me.

Sono seduto sul palco da cui vedo Piazza Vecchia oltre le persone schiacciate sulle transenne e ho l’impressione che le forze per rialzarmi non arriveranno mai. Penso che è stata una bella avventura, che le docce sono lontane, che sono arrivato 44° in meno di 11 ore, che adesso fa davvero freddo, che sono contento di avere tagliato il traguardo con uno dei tanti compagni di questo viaggio in cui non sono stato mai solo; penso che se avessi dovuto scrivere io la storia di questa giornata non mi sarei azzardato a farla così simile a un sogno, penso che non so quanto durerà, ma che in questo momento sono felice.

 

Carlo Donadoni


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1 commento

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  1. Cterracini
    Cterracini 17 febbraio, 2016, 10:22

    Bellissimo………grazie!
    Claudia

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