PUGNI VERSO IL CIELO – pagare a caro prezzo per cambiare il mondo-

PUGNI VERSO IL CIELO – pagare a caro prezzo per cambiare il mondo-

 

Cinquant’anni: mezzo secolo dal premio Nobel per la Pace dato a Martin Luther King.

E finalmente possiamo pensare che questa sia la prima generazione di sportivi di colore che, nemmeno da bambini o ragazzini ha dovuto soffrire la maledetta paura del diverso, l’immotivata concezione di disuguaglianza chiamata razzismo.

Forse. Un forse grane come una casa: la paura, la povertà, la crisi, tutto porta di nuovo agli istinti più beceri, a possibili e tristi cadute e ricadute.

E pure lo sport ha fatto tanto, specie in quel 1968 che in Aprile vide la fine della corsa del Reverendo King, ucciso in una fredda sera da un colpo di precisione sparato da un fucile mentre sul terrazzo di un motel pensava alla prossima tappa di quel Sogno che non avrebbe visto realizzarsi.

Anno tumultuoso quello, per l’America, e per il mondo. Ci sono ed esisteranno sempre anni spartiacque. In Europa il Maggio francese (forse più chic che rivoluzionario) e da noi le occupazione e gli scontri di Valle Giulia tra (per dirla con Pasolini) “studenti e poliziotti veri figli di poveri”. E poi Praga e la sua violenta primavera.

Negli Usa l’atmosfera di incanto alla Happy Days era finita o fortemente incrinata da un quinquennio, con la morte di JFK e poi con una guerra (persa) che si sarebbe protratta per 10 anni nel Sud-Est Asiatico a minare certezze e le coscienze.

E poi ancora le battaglie per l’integrazione nelle università del Sud del paese, e poi gli scontri e gli incendi a San Francisco, L.A. e Chicago. Fino a tornare a quel 1968, dove prima King e poi l’altro Kennedy, Robert (la sua salma riportata a casa in treno resta uno dei più struggenti addii collettivi di un popolo) trovarono la morte, entrambi puniti per volere cambiare un paese.

E anche lo sport ci entra, prepotente, in quel 1968 dalle ottobrine Olimpiadi Messicane, quelle di due foto icone.

Una è quella di Bob Beamon, anche lui atleta di colore che il razzismo l’ha sentito sulla pelle, che con il primo salto cancella una notte di bevute, una vita in direzione ostinata e contraria e i parametri e i record di un’intera specialità, il salto in lungo. Ma questa (bellissima e poi di nuovo drammatica) storia è una rivoluzione, una ribellione, una redenzione personale.

L’altra immagine no.

Quei guanti alzati al cielo no. Sono un “gesto collettivo”, pagato a caro prezzo.

L’abbiamo vista tutti, a volte però non le diamo il giusto peso.

Tommie Smith vince in rimonta una finale dei 200 che vede per la prima volta scendere sotto i 20”, record del mondo che solo 11 anni dopo Mennea andrà a prendersi. Salta l’altro americano John Carlos, che si pianta e viene superato anche dall’australiano, forse mezza sorpresa, Peter Norman.

La sera dopo la premiazione, sul podio a testa bassa quando inizia l’inno, un pugno alzato verso il cielo (uno il destro e l’altro il sinistro, solo perché John Carlos aveva dimenticato il suo paio in albergo). Scalzi, con una sciarpa nera e una collana a rappresentare l’orgoglio e il dolore di un popolo. Il distintivo del Olympic Project for the Human Rights, sul petto. Si è spesso definito questo come il saluto del Black Panther Party, ma non è esattamente così.

Forse la stessa organizzazione, destinata ad essere repressa anche con la violenza di lì ad un anno, se ne appropria, la sente sua.

Ma è un gesto a lei lontano, molto lontano da chi proclamava l’autodifesa come forma di lotta e si allontanava dai dettami non violenti del Reverendo King. Un gesto di un movimento creato da un sociologo, un gesto per i diritti degli afroamericani, un gesto per l’uguaglianza. Un gesto come detto pagato, sportivamente, a caro prezzo. La politica non deve entrare alle Olimpiadi, sentenzia subito il CIO. E li allontana subito dal villaggio olimpico, li emargina.

Ma non era politica, era libertà, diritto.

La carriera di Smith e di John Carlos ad alto livello finisce lì.

Così come quella di Norman. Già, Norman, Peter Norman: quella parte di fotografia che l’occhio vede di sfuggita, che a volte viene tagliata, sfuocata, la medaglia d’argento. Eppure Norman viene dalla povertà come i due americani. Sarebbe facile stare lì e basta. Eppure lui, bianco, non abbassa la testa ma sul petto il distintivo c’è, si nota poco ma c’è. Ha ascoltato, ha capito, ha partecipato. E paga anche lui, finendo lì la sua carriera, perdendo le Olimpiadi di Monaco ’72, estromesso pur avendo tempi e diritti per andarci.

Lo sapevano che avrebbero pagato? Probabilmente sì, eppure c’era qualcosa di più, che andava oltre. Hanno provato attraverso lo sport, attraverso il loro mondo, a cambiare quello di tutti.

Quando Peter Norman è morto, qualche anno fa, a portare la bara per l’ultimo sprint c’erano Smith e Carlos.

Un immagine, anche questa, simbolica. Erano gli anni 2000, era un altro mondo, forse non un mondo da Sogno, non ancora quel “Dream” del Reverendo ma un mondo migliore.

E se è migliore, non solo nello sport, lo si deve a chi ci ha per davvero creduto, pagando (e mi ripeto scrivendo DAVVERO) di persona. Ed è questo, più che la fotografia icona, che va ricordato.


 



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