Sdrammatizzare – Elogio dell’inadeguatezza realista del Trap in cabina di commento

Sdrammatizzare – Elogio dell’inadeguatezza realista del Trap in cabina di commento

 

Si dice “solo in Italia”, in realtà non è vero: solo che da noi lo facciamo meglio. Siamo i maestri del viverla male: la Società, la vita, la mancanza di dinero, il fatto che ci tocca andare come i nostri nonni a far lavori sottopagati da emigrati, in alcuni paesi fa anche figo, ma altro che fuga di cervelli.

E poi c’è tutto il casino alle frontiere di questi mesi, leggi che non funzionano e altre tipicità, queste sì, totalmente italiane e in questo caso nel male. Dunque non succede solo da noi ma siamo maestri in due cose: diamo sempre la colpa agli altri, e più che cercare di risolvere i problemi puntiamo a far casino con chi non la pensa come noi: se sia per motivi di interesse personali, non lo so e non me lo voglio più chiedere.

Un quadro disarmante che non può che infilarsi nello sport più disarmato, il calcio. Disarmato non certo economicamente, anzi proprio per la sua “opulenza” di quotazioni, plusvalenze e successivi buchi neri, avvolto da atroci nefandezze. E anche il mondo che lo circonda più innocentemente si sporca, si animalizza, si imbruttisce. Nel magico pallone più che altrove è il regno del sospetto, è il deserto sterile della polemica, è la patria degli esaltati. E ad alimentare il tutto: i fantastici giornali sportivi, che salvo rare eccezioni (dio le abbia in gloria) dedicano le loro prime 15 pagine o i primi 20 titoli dell’online nemmeno tanto al balòn ma a quello che lo contorna.

Ed è ansia, (“dopo la prima giornata la per squadra è già quasi crisi”), recriminazioni (“quel fallo al limite dell’area avrebbe cambiato la partita anche se era il 12 del primo tempo”), isterismi (“quel tweet scatena gli animi”). In generale poco sport e in generale poca, pochissima realtà.

È irrealtà, saranno anche i nostri tempi dove conta più il contorno. Solo che se non lo sai controllare allora diventa dura, specie quando non stiamo regalando in serie A partite di valore.

Per non parlare di una nazionale disamorante e scollata dalla gente, tra facce dirigenziali ingessate, polemiche occasioni di riscatto, qualche inutile cariatide che si impone (non mi riferisco ai più sospettabili che chi leggerà queste righe avrà in mente).. deludenti partite senza un vero spiraglio di speranza.

E in questa devastante e frustrante concentrazione di tristezza che solo il guardare un Eurobasket finalmente in vero HD mi lenisce come balsamo sul cuore, proprio nel peggio della Nazionale Contiana, il servizio pubblico cerca di riportare tutto sulla terra.

Non credo sia stata assolutamente questa la spiegazione di Giovanni Trapattoni da Cusano Milanino. È stato il nome, l’immagine, è stato l’idea e la simpatia. Si è guardato all’atto e non all’effetto. Opinionista alla Domenica Sportiva (l’ipotizzato ritorno estivo della conduttrice Paola Ferrari avrebbe portato ad una class action per avere restituito il canone, ndr) coi suoi tempi è accettabile, speri nella perla anche se in inglese o tedesco ha dato il meglio, ma poi me lo ritrovo come seconda voce della Nazionale in due partite importanti e portate via di denti.

Lo trovo all’improvviso, non me lo aspetto, non lo sapevo.

Palese dopo 5 minuti:  non c’entra niente. Non ha i tempi. La scelta è di stima,  è più per il nome e la simpatia oltre all’ovvia conoscenza.

In tanti commenti l’hanno “ucciso”.

Ebbene, è la sua parziale inadeguatezza che fa il miracolo. Io la partita l’ho guardata, non perché c’era il Trap, ma perché ero col Trap.. ho visto soffrire con Malta (Malta, eh) e una vittoria presa per mano, ho visto con la Bulgaria di gioco e speranze. E il Trap mi ha accompagnato. Senza analisi ripetitive, senza concetti banali detti cento volte, ma con i suoi incitamenti gridati mille volte. Mi ha fatto pensare con una lacrima a un uomo fantastico come Giacomo Bulgarelli; che in questo ruolo era il migliore ma Trap ha fatto, distonico, di più.

Ha fatto sentire il profumo dell’erba, ha fatto sembrare di essere li e sentirlo allenare, nel bene e nel male (l’inquietante metafora della spugna), l’ha vissuta e l’ha tifata. Ha fatto realtà, si è inceppato, si è contorto, ti ha fatto però venire voglia di urlare anche a te ad una squadra di cui onestamente non me ne fregava nulla, mi ha fatto dire bravo e guardare quando sbagliavamo, ma con una serenità che nel calcio non si vive più. Si è sentita la voce di un appassionato del pallone, proprio dell’oggetto tondo e rotolante, un amore nonostante gli anni, nonostante tutto, l’esperienza e l’eterna sensazione che abbiamo tutti quando urliamo davanti a uno schermo o un display di essere ascoltato sul campo.

Inadatto, fuoritempo. Ma assurdamente per nulla fuori luogo. A ricordarci forse che è innanzitutto l’enorme passione per un pallone che rotola. Sdrammatizzato nel senso più puro del termine dai drammi quotidiani. Perchè se anche il calcio diventa dramma allora siamo lontanissimi dal concetto di sport.

Che la Rai l’abbia pensata così, non credo. Diciamo che sono andati oltre le intenzioni.

Beh, un grazie lo stesso Mamma Rai, per una volta.



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