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Sguardo al cielo Frank, perchè quel cielo è ancora Blues

Sguardo al cielo Frank, perchè quel cielo è ancora Blues

Capita che le emozioni, a volte, bisogna tenersele strette, perchè sono sfuggevoli, momenti che in un attimo svaniscono e appartengono al passato, alla memoria, frivola e surreale. Sì, perchè la memoria è una dote favolosa dell’essere umano, ma porta con sè i limiti del vissuto, irripetibile. L’emozione è il presente prolungato, in senso lato, che ci incatena a quel brivido sulla schiena, a quella pelle d’oca, a quella lacrima che, spontanea, cade sul viso.
E il calcio, alle volte, è emozione pura, e sa raccontare storie che poi sono metafore di vita.

Sa raccontarci, ad esempio, di Frank Lampard, sulla cui carriera sorvolerei per ovvia magnificenza di fronte alla quale non c’è altro da fare che levarsi il cappello. Ma la vera storia di Frank è senz’altro quella recente, breve, intensa e, come dire, epica. Dopo tredici anni di Blues vestito, nella Chelsea londinese, dopo 429 presenze e 147 reti con la stessa maglia che lo consacrano simbolo del grande Chelsea degli anni ‘2000, oltre che il più prolifico marcatore della storia del club, nonostante sia un centrocampista, Lampard non rinnova il contratto, firmando, per concludere una magnifica carriera, con la neonata New York City FC, annunciata nel 2013 come ventunesima franchigia della Major League Soccer statunitense.

Calcio-Lampard-Icona

Lampard dichiarò a più riprese che non avrebbe “mai vestito una maglia diversa da quella del Chelsea in Premier League”. Succede però che il destino, anche nel calcio, esiste, e che, maledettamente, sia il Manchester City ad acquistare i “diritti di espansione” del New York City FC, e che Frank sia “parcheggiato” proprio ai Citizens per quattro mesi in prestito, in attesa dell’inizio ufficiale della stagione americana.
Lo sappiamo, nel calcio, come nello sport, esiste una divinità sceneggiatrice, un destino che disegna parabole impensabili e che ci permette di vivere emozioni imparagonabili.
E allora pensi a Frankie, e non puoi non immaginarlo di blu vestito, quel blu acceso. Invece no, stavolta la sua maglia sarà sbiadita, celeste, chiaro, come se qualcuno gliel’avesse strappata per metterla in lavatrice. E allori pensi anche a come sarà quel giorno in cui lui sarà avversario, per la prima volta, dopo una vita insieme. E forse lo immagini mentre si rifiuta di indossarla quella casacca celeste, mentre la strappa con rabbia, per mostrare al mondo la sua vera seconda pelle, quella blu, con quel numero 8 sulle spalle.
Eppure, tu pensi, ma il calcio è strano. Come la vita.

Si gioca Manchester City-Chelsea nella quinta giornata di Premier, in un Etihad, ovviamente, sold out. Chelsea in vantaggio 0-1 fino al minuto 84, quando Silva scodella per uno scatenato Milner, che mette in mezzo al volo, dove, come ci ha meravigliosamente abituati, arriva puntuale Frank Lampard, che insacca.
La sua reazione è quella di un professionista esemplare, che sa di dover fare il suo dovere e di averlo fatto. Ma io credo di aver visto dentro di lui l’emozione di un uomo vero, che sa di aver segnato molto più di un semplice gol. Frank non esulta, abbassa lo sguardo e quasi rifiuta l’abbraccio dei compagni che accorrono, quasi a voler chiedere scusa a ogni singolo tifoso del Chelsea, quasi a voler riavvolgere il nastro del tempo e eliminare una storia che lui stesso non avrebbe mai voluto dover raccontare. Credo che Lampard, in quei minuti finali, abbia pensato di non poter più alzare lo sguardo e riabbracciare i suoi tifosi, quelli della sua squadra del cuore.

Triplice fischio. Ed è qui che la lacrima cade dal viso. Perchè Frankie alza lo sguardo, e oltre ai tifosi Citizens c’è anche quello spicchio Blues che lo applaude, orgoglioso. Nessun coro, nessuna voce fuori luogo, nessun fischio. Solo i suoi tifosi in piedi, con le braccia al cielo, ad applaudire il loro simbolo.

Perchè a volte ci sono emozioni che vanno oltre ogni cosa.
Perchè a volte c’è molto di più di un semplice pallone che rotola.


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